Category: Note

Qualche parola sullo studio.

Qualche parola sullo studio.

In questi anni ho avuto modo di sperimentare l’approccio  di alunni, ma soprattutto genitori, alla questione “studio”.

Con queste poche note vorrei illustrare il mio punto di vista.

Innanzi tutto, una delle frasi più ricorrenti, è “ma io ho studiato” (nella variante genitoriale “ma mio figlio aveva studiato”). Bene chiariamo cosa significa “studiare”. Studiare NON significa leggere un paio di volte qualcosa e, passati 5 minuti, mettere da parte con la convinzione di aver fatto il proprio dovere. Eh no. Studiare significa attingere alle fonti, ragionare su quanto acquisito, riorganizzare le informazioni, saperle esprimere con “le proprie parole” (accidenti al copia-incolla), saperle applicare.
Lo sai fare ? , se la risposta è sì, allora hai studiato. Se la risposta è no, ricomincia.

Poi, la domanda successiva è “per quanto tempo ?”. Bene, chi ha letto con attenzione il punto precedente, la risposta l’ha intuita. Per tutti gli altri la esplicito: quanto serve a raggiungere l’obiettivo.  Studiare “a tempo” è una contraddizione in termini. Si studia fino a quando non si è in grado di padroneggiare l’argomento trattato. In base alla difficoltà a qualcuno possono bastare minuti, a qualcun altro, ore. Ognuno deve organizzare il proprio tempo in funzione dell’obiettivo.

Altra domanda “ma quanto ho preso ?”. E’ la peggior domanda in assoluto. La domanda corretta è: “cosa ho imparato ? cosa ora so fare (che prima non sapevo) ?”. Lo studio non va mai finalizzato al voto, ma alla conoscenza. Studiare “per il voto” è, semplicemente, un “non studiare”.  Lo scopo dello studio è arricchire le proprie conoscenze ed acquisire nuove competenze. Per inciso: non si studia per “la verifica”, ma per crescere, anche e soprattutto sotto l’aspetto culturale.

E veniamo alle famigerate “verifiche”. A cosa servono ? A collezionare “voti” ? Eh, no, cari ragazzi e cari genitori, le verifiche non sono altro che il “termometro” di ciò che si sa e si sa fare. E’ uno strumento straordinario per prendere coscienza della qualità dello studio svolto e dell’impegno profuso. La verifica ti fa capire se hai studiato o se hai semplicemente perso tempo. E, comunque, ti fa capire dove, eventualmente devi concentrarti per raggiungere il risultato. E, quindi, ricominciare a studiare.
Attenzione: prendere un 6 e dire “mi accontento” significa offendere sé stessi.

Vediamo, infatti, il voto della verifica ? La domanda “ma X è un bel voto ?”. Beh, la risposta sintetica è: se non è il massimo, non è un “bel voto”. Se il voto è il termometro dell’obiettivo raggiunto e tu tale obiettivo, nella sua totalità, non l’hai raggiunto, lo puoi considerare un “buon voto” ? Se puoi arrivare a 100 e ti fermi ad 80, hai raggiunto l’obiettivo ? Se uno scalatore decide di scalare il Monte Bianco, ma si ferma dopo i primi 300m, sarà contento della sua impresa ? Beh, rispondiamo a queste domande ed avremo la risposta. Ovviamente la verifica DEVE essere obiettiva ed avere dei limiti raggiungibili, ma questo è il compito dell’insegnante. Compito dell’alunno è metterci tutto sé stesso, senza se e senza ma.

E veniamo ai “compiti per casa”. Troppi ? Troppo pochi ? Perché non li fanno a scuola ? “il ragazzo ha già tanti impegni…”. Iniziamo a chiarire: l’esercizio a casa, in autonomia, ha una funzione precisa: aiuta a “fissare” gli apprendimenti. Certamente non ha senso un abuso dello strumento (far fare 100 espressioni ad un ragazzo da un giorno all’altro non necessariamente è la soluzione migliore). Ma, certamente, sapersi riservare un tempo, in un contesto diverso da quello della classe, dove, in COMPLETA AUTONOMIA ciascuno si mette alla prova e verifica se è in grado o meno di raggiungere gli obiettivi (altrimenti si ritorna al punto iniziale) è fondamentale. A scuola si apprende l’uso degli strumenti, ma è a casa, quando nessuno è disposto ad aiutarti, che ci si mette alla prova. Ebbene sì, i “compiti” possono essere scomodi, ma aiutano ad apprendere.

Ultimo capitolo: le “giustificazioni”. E qui siamo all’assurdo del genitore che, invece di spronare il proprio figlio a dare il massimo, quindi a superare eventuali difficoltà, gli insegna ad “aggirarle”. Ragazzi cari, la vita è piena di difficoltà, la vita è competizione, con sé stessi e con gli altri, e la scuola deve essere la palestra in cui imparate ad affrontare le difficoltà, a prenderle per le corna e superarle, non certamente a nascondersi dietro a mille motivi per non fare. Perché sia chiaro, per evitare la fatica si possono trovare mille motivi, ma per raggiungere lo scopo, ve ne è soltanto uno: la volontà di farlo. Ed arrendersi alla difficoltà, magari nascondendosi dietro a  due righe scritte dal genitore, non rappresenta, certamente, il miglior modo di affrontare le sfide. Se scendo in campo per affrontare una partita, lo faccio per vincere. Magari poi perdo, ma devo voler vincere comunque.

Un ultimo appunto: molti alunni e a volte anche i genitori vorrebbero una “scuola facile”. Beh, la scuola facile è quella che NON insegna nulla, quella che NON richiede impegno, quella che NON richiede fatica. In sintesi quella che finge di insegnare e ti chiede quello che sai già. Ma, allora, perché andarci ? Per avere la soddisfazione di avere una serie indefinita di risultati scontati (la logica dell’apparire in contrapposizione a quella dell’essere) ? Questa è Scuola (con la S maiuscola) ? La vera Scuola non deve essere “impossibile” (su questo siamo d’accordo) ma non può essere “facile”, deve stimolare intelligenza e creatività, deve abituare a ragionare, deve insegnare ad usare gli strumenti e poi fare in modo che ciascuno, in PIENA AUTONOMIA, li sappia padroneggiare. Altrimenti è una farsa, una sceneggiata, inutile, che fa solo perdere tempo.

Poi, ognuno decida cosa vuol fare del proprio tempo. Per come la vedo io, lo studio è e deve essere una cosa seria ed impegnativa. E, se fatto bene, sa dare grandi soddisfazioni.

Maestro Fabio

Il falso “mito” dell’auto ad idrogeno (o elettrica) che “non inquina”

Uno dei mantra più ripetuti in questo periodo è quello relativo al fatto che le auto alimentate ad idrogeno non inquinerebbero.
Non c’è nulla di più falso.
E’ corretto, infatti, affermare che la “combustione” dell’idrogeno non risulta inquinante, in quanto dalla reazione di idrogeno (H) e ossigeno (O) si ottiene… acqua. Quindi l’emissione “diretta” di tale reazione è la più importante delle sostanze utili alla vita del nostro pianeta. Anche le c.d. “celle” ad idrogeno, che, in soldoni, sfruttano l’idrogeno per produrre energia elettrica con cui alimentare dei motori elettrici, non producono emissioni “inquinanti”.
Tutto bene quindi ? Abbiamo, finalmente, una vettura (o altro mezzo di trasporto) che “funziona ad acqua” ?
Ebbene NO.
Se è vera la premessa precedente, è anche vero che ottenere quantità significative ed utili di idrogeno NON è un processo ad impatto zero, anzi.
A livello industriale l’idrogeno si ottiene, per lo più, attraverso la reazione di materiali fossili con ossigeno e/o acqua. Senza dilungarci sui vari tipi di reazione (ossidazioni parziali, gassificazione…. Ecc.), è necessario precisare che al termine della reazione otteniamo certamente idrogeno ma anche monossido e/o biossido di carbonio. Si, i famosi CO e CO2. Ovvero gli stessi gas che otteniamo dalla “normale” combustione degli idrocarburi (del resto è ovvio: se gli idrocarburi contengono carbonio, sto “povero carbonio” da qualche parte deve pure andare). Pertanto questi processi non risolvono né la necessità di usare fonti non rinnovabili (usiamo, infatti, idrocarburi e materiali fossili) né risolvono il problema dell’inquinamento ambientale generando gli stessi gas serra che si vorrebbero eliminare e richiedendo l’apporto di ossigeno e/o acqua….
Scartata, quindi, in chiave “green” la produzione di idrogeno dalla lavorazione dei materiali fossili, proviamo a trovare una soluzione per ricavarlo con altri sistemi.
Il più “blasonato” consiste nell’elettrolisi dell’acqua, ovvero la scomposizione della molecola di H2O nei suoi componenti costituenti: idrogeno ed ossigeno. Fantastico: scompongo l’acqua ed ottengo l’idrogeno che mi serve per alimentare le auto ad idrogeno e, contemporaneamente, libero ossigeno. Meglio di così !
E invece NO.
Motivo ? Semplice: per “scomporre” l’acqua devo fornire una notevole quantità di energia elettrica il cui scopo è proprio quello di rompere i legami che legano idrogeno ed ossigeno. Ma… da dove prendo tutta l’energia (elettrica) necessaria ? Facile, dalle centrali di produzione elettrica, che per un 30% sfruttano energie rinnovabili, ma per il rimanente 70% sfruttano, ancora una volta i combustibili fossili.
Risultato: siamo al punto di partenza. Abbiamo solo spostato il luogo in cui rilasciamo i famigerati gas serra: con un mezzo dotato di motore a scoppio o diesel, produciamo i gas inquinanti direttamente là dove ci troviamo, con un’auto ad idrogeno, i gas inquinanti sono prodotti laddove l’idrogeno viene “prodotto”. E’ vero, possiamo ottenere energia elettrica “pulita” grazie, ad esempio, ai pannelli fotovoltaici. Ma… è una bella soluzione per gli esperimenti di laboratorio, molto meno per quanto riguarda una produzione massiva che possa essere applicata ad un massiccio parco macchine. Infatti anche i migliori pannelli fotovoltaici non superano il 17% di efficienza: in parole semplici, solo il 17% dell’energia irradiata dal sole viene trasformata in utile energia elettrica (che serve a produrre l’idrogeno), tutto il resto viene disperso sotto forma di calore…
Non mi addentro in tutti quei discorsi che riguardano tutti gli aspetti dell’efficienza, delle perdite indotte dalle trasformazioni dei vari tipi di energia ecc.
In sintesi: se vi dicono che le auto ad idrogeno (o elettriche) sono “ecologiche” vi stanno raccontando, se non bufale, sicuramente “verità (molto) parziali”. E chi conosce i principi della termodinamica ed ha un briciolo di formazione in ambito chimico e fisico, lo sa bene.
P.S.: analogo discorso lo possiamo fare per le auto completamente elettriche: da qualche parte l’energia elettrica per ricaricarle la dobbiamo prendere….

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